La Morte è l’Arcano numero tredici, il quinto del secondo settenario. Per prima cosa notiamo un’unicità che è presente in ogni mazzo realizzato con cognizione di causa: su questa carta non è mai presente il nome, ma solo il numero. Dipende dal tabù superstizioso di nominare questo concetto, eppure la lama della Morte, da sola, non è affatto la più sfortunata del mazzo. Il numero tredici deve parte della sua cattiva fama all’abbinamento col tarocco, non solo al mito che racconta di un pranzo fra dodici Dei nel Valhalla. Loki, che non era stato invitato, giunse come tredicesimo ospite e fece in modo che Hodr colpisse Baldr con una freccia, mito ripetuto con l’ultima cena della religione cattolica.
Dopo la pausa di riflessione sofferta e triste dell’Appeso il nostro personaggio deve “morire” – uccidendo l’Io per passare al livello superiore del Sé, operando una trasformazione che arriva alla trasfigurazione. Si deve intendere “morte e rinascita”, abbandono di forme di esistenza non più valide per ricostruire in modo diverso. Naturalmente sarà essenziale studiare le carte precedenti e successive per capire quanto questo cambiamento sia voluto o almeno sopportato dal consultante e quanto invece gli piombi addosso come una tassa che non vorrebbe pagare: questo dipende molto dal livello evolutivo della singola persona. La Morte impugna la falce, strumento di Kronos – anche se non è il simbolo zodiacale abbinato – per troncare la vita degli esseri che sono giunti alla fine, non quelli che ancora devono realizzare il proprio destino. Spesso impugna anche una bandiera viola, colore del lutto, e sono presenti dei corvi, animali legati all’aldilà e alla presenza di corpi defunti.
Nei Tarocchi di Marsiglia spicca il terreno nero in contrasto col cielo bianco – mancanza di colore/mancanza di vita – e il corpo della Morte è nudo, di tinta neutra, non vestito dal mantello onnipresente negli altri mazzi. A terra vediamo parti di corpi tagliate, in particolare teste coronate, perché nessuno può sfuggirle, che stanno nutrendo il suolo dal quale spunta dell’erba fresca, in uno scambio perpetuo.
Quando viene estratta, questa carta è un brutto presagio: significa separazione nelle storie sentimentali, almeno per un lungo periodo, e mancanza di qualsiasi soddisfazione si stesse aspettando. Nel campo lavorativo si esprime più spesso come dimissioni che come licenziamento. Mancanza di denaro, di divertimenti, progetti che falliscono. Sulla salute è naturalmente insidioso, ma per questo vi rimando al consulto di un manuale: quello che si può dire è che lo stato fisico non è buono, e può parlare anche di gravi depressioni.
Se invece esce capovolta: questa carta migliora molto se a testa in giù: si riferisce più a paure immaginarie che a veri problemi, anche se queste possono essere paralizzanti. È inutile resistere ai cambiamenti, perché può nascerne qualcosa di buono. Mutamenti fisici importanti che possono essere malvisti da qualcuno, ma che significano libertà.
Il pianeta correlato al tarocco è Plutone: esso governa lo Scorpione, e il dio regna nell’Ade. Questo luogo non è equivalente all’inferno, ma è un posto dove vivi e defunti si incontrano, dal quale si può anche uscire, seppur con difficoltà. Plutone è anche custode di tesori nascosti e possiede un’energia trasformativa; è naturale però per gli umani non desiderare di subire questo doloroso processo.
La lettera della Kabbala disegnata sulla lama è Mem: il significato della parola è: acqua della vita, o anche immortalità. Non dobbiamo temere la fine delle cose, ma di non vivere pienamente nel tempo che ci è concesso, e la consapevolezza ci aiuta ad essere coscienti della portata delle nostre azioni.







